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La domanda più frequente, che ci sentiamo ripetere dal momento in cui sappiamo fare uso della parola, è “chi sei?”.

Una domanda così semplice e banale… Chi sono? Ma sì, sono Martina! sono io, che cos’altro devo aggiungere? Il nome non è che la prima parte fondamentale. Ci identifica, ci fa sentire quello che siamo per tutta la vita, ci dà un’idea di possesso, senza un nome potremmo essere davvero? La sola idea di poter chiamare qualcosa con un nome ci permette di oggettivarla, di renderla reale e nostra. Se io non mi chiamassi Martina avrei l’idea di Martina? Quando ero bambina rifiutavo di pronunciare il mio nome, non mi piaceva e mi sembrava un diminutivo, come se fossi destinata a rimanere piccola per sempre, mentre io avevo voglia di crescere e di raggiungere quello stato di pienezza che poi si ricerca per tutta la vita. Io volevo chiamarmi Isabella, lo volevo a tale punto che quando chiedevano a mia madre come mi chiamassi, intervenivo immediatamente rispondendo con un secco: “Isabella!”. Ancora oggi, a 19 anni, mi è capitato di presentarmi a degli sconosciuti con un nome che non fosse il mio, potrei sembrare pazza, è vero, ma provate a farlo qualche volta, in occasioni informali come ad una festa dove non si conosce nessuno: il nome è solo una superficiale sfaccettatura di ciò che siamo, ma quando lo rimpiazziamo con uno diverso non ci sentiamo più noi stessi. E’ un meccanismo psicologico che per un semplice cambio di lettere sconvolge tutto e ci dà quasi un brivido, quello che nasce quando realizziamo che possiamo giocare un alto ruolo, a nostro piacimento.

Eppure il nome non basta a definire noi stessi. Pensiamo alle cose che ci piace fare : io amo leggere tanto, cercando di costruire con le parole significati che possano colmare tutti i vuoti che ancora non sono in grado di descrivere. Guardare e ascoltare ciò che mi circonda sempre con quel po’ di stupore ed entusiasmo, un moto d’animo generoso. Sono convinta che chi riesce a entusiasmarsi anche in tempi di crisi ha un passaporto per il futuro, che lo porterà ovunque. Mi piace essere curiosa, nel senso proprio: desiderosa di conoscere, di sapere, di vedere, di sentire, per istruzione e amore per la verità. Ma la mia curiosità è spesso alimentata dalla continua insoddisfazione e presa di coscienza che non si può raggiungere la pienezza della sapienza. Nemmeno quella di se stessi. E’ necessario quindi farsi trascinare dallo stupore, dall’esperienza della meraviglia che ci permette di vedere il mondo da un altro punto di vista. Continuare a scoprire chi siamo con entusiasmo, senza avere paura di mostrarlo. Così forse un giorno potremmo rispondere a questa domanda.