Apparenza\Realtà

<L’uomo non è che la propria immagine. I filosofi possono dirci che è indifferente ciò che il mondo pensa di noi, che solo ciò che siamo ha valore. Ma i filosofi non capiscono niente. Finchè viviamo con la gente, siamo soltanto ciò che la gente ci considera. Pensare a come ci vedono gli altri e fare di tutto per rendere la nostra immagine più simpatica possibile viene considerato una specie di finzione o di comportamento sleale. Ma fra il mio io e quello degli altri esiste forse un qualche contatto diretto senza la mediazione degli occhi? E’ mai pensabile l’amore senza l’angoscioso inseguimento della propria immagine nella mente della persona amata? Nell’attimo in cui non ci interessa più come ci vede la persona che amiamo, abbiamo cessato di amarla. (…) E’ un’ingenua illusione pensare che la nostra immagine sia solo un’apparenza, dietro la quale è nascosto il nostro io come unica, vera essenza, indipendente dagli occhi del mondo. (…) E’ proprio il contrario: il nostro io è una pura apparenza , inafferrabile, indescrivibile, nebulosa, mentre l’unica realtà, fin troppo facilmente afferrabile e descrivibile, è la nostra immagine agli occhi degli altri. E il peggio è che tu non ne sei padrone. All’inizio cerchi di dipingerla tu stesso, poi vuoi almeno influenzarla e controllarla, ma invano: basta una sola formula maligna e sei trasformato per sempre in una pietosa caricatura. >

Ho qui riportato un monologo presente nel libro L’immortalità di Milan Kundera, uno degli scrittori che preferisco. Fu il primo libro che lessi scritto da questo autore, circa 6 o 7 anni fa. Pur essendo ancora un po’ piccola per comprenderne completamente il significato, questa parte del libro mi ha sempre affascinato. Credo di averla trascritta dappertutto, sui diari di scuola, sulle pagine dei quaderni, come memo sul cellulare e documento di Word. Ricordo che la prima volta dovetti rileggere questo monologo ben due volte per comprenderlo. E da allora lo rileggo sempre. Anche dopo anni, mi dà un grande spunto di riflessione.

Kundera sostiene che la preoccupazione principale per l’uomo è la propria immagine. E’ così difficile esserne indifferenti,  tanto che ci si arriva solo dopo la morte.  Usando termini roussoviani potremmo dire che la società è abitata da una scissione tra apparenza e realtà, e non si è più in grado di manifestare ciò che si è, la propria autenticità. Kundera però aggiunge che l’essere, il proprio Io, è pura finzione, mentre è proprio l’apparenza ad essere reale, ciò che esiste.  Se ciò che appare non corrisponde a ciò che è, questo inevitabilmente sfugge. Ma una realtà – ammesso che esista – non può differire da ciò che appare. Se fosse così realtà e apparenza coinciderebbero e non si potrebbe più parlare di apparenza. In questo caso, la nozione di apparenza presuppone l’esistenza della realtà. Ma dal momento che la realtà non si manifesta in ciò che appare essa diventa qualcosa di inaccessibile. Da qui il paradosso: la realtà è sempre in qualche modo inventata, mentre l’apparenza è reale.

Se intendiamo l’apparenza come copia possiamo attribuirle un valore di verità perchè risulta conforme al modello. Ma se l’apparenza viene intesa come parvenza – che ottiene effetti di verità alterando l’originale – allora l’apparenza tradisce la realtà mostrando come vero ciò che vero non è. Questo è possibile solo se noi conosciamo tale realtà. Vi sono infatti uomini che credono a coloro che mentono perchè sono persuasi che quello che dicono sia vero.  Chi prende l’apparenza per la realtà ignora che vi sia qualcosa d’altro. Non possiamo però negare che gli uomini abitano in un universo di apparenze senza la consapevolezza di una realtà oltre di esse.

Ci sono buone ragioni per sostenere che l’apparenza sia reale: l’apparenza si manifesta a noi e quindi ci appare.  In greco infatti apparire si dice eidomai che significa “mi mostro”, ma anche “sembro” e infine “fingo” (fonte: “Le parole della filosofia” di S. Natoli). L’apparenza è quindi ciò che si vede. Pertanto, se quel che appare esiste non può essere non vero.  Eppure può essere anche falso. Riportando ancora le parole di Natoli:  <chi è persuaso dal falso non è convinto dell’errore, ma, al contrario, non è affatto consapevole di esso. Chi è persuaso dal falso è perciò stesso incapace di falsità. (…) Patisce l’inganno, non lo produce. Da ciò emerge la differenza tra “apparenza” e “falsità”. Chi mente deve disporre della verità; chi, invece, si muove nell’universo dell’apparenza si muove nell’ambito di quel che semplicemente appare e perciò entro un universo di realtà. Se per verità s’intende propriamente l’a-letheia, vale a dire il non – nascosto, cos’altro è questo se non ciò che si dà a vedere?>.

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